“Mauritania. Città-Biblioteche nel Deserto”
regia di
Rossella Piccino

Credits
Devised and directed by Rossella Piccino | Camera: Luca Pivetti | Sound: Fabio Dorio | Editing: Rossella Piccinno | Voice-over recording : Tommaso del Signore | Translation and english voice-over: Maggie Armstrong, Nikolas Gray | Production: DakhlaVision | r.t.: 54'20” | Italy 2006
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Andiamo alla scoperta delle antiche città-biblioteche nel deserto della Mauritania, dichiarate dall'Unesco Patrimonio Mondiale dell'Umanità. Qui giacciono migliaia di manoscritti antichissimi, minacciati dalla polvere e dalle termiti.
Synopsis
La Mauritania è stata, per molti secoli, un centro d'irradiamento culturale in cui la propagazione e l'acquisizione del sapere dominavano la vita degli uomini e costituivano un'attività di fondamentale importanza. Le vestigia storiche di città antiche come Chinguetti, Ouadane, Tichit e Oualata, classificate dall'Unesco Patrimonio Mondiale dell'Umanità, sono una delle espressioni visibili di questa enorme ricchezza culturale.
Posizionate nel cuore del Sahara occidentale, queste antichissime oasi nacquero inizialmente per servire le rotte carovaniere legate al grande commercio trans-sahariano, ben presto divennero centri d'insegnamento religioso, dove fiorirono moschee e mederse, scuole coraniche, la cui fama indiscussa si diffuse sino alla lontana Arabia.
In questo quadro particolare sorsero numerose biblioteche, le cui migliaia di manoscritti, riguardanti più campi del pensiero umano, dalla religione alla matematica, richiamarono per secoli intellettuali e studiosi da tutto il mondo arabo ed alimentarono la nascita di un'intensa attività editoriale. La generalizzazione della cultura consentì ai cittadini di ogni classe sociale l'accesso al mondo del sapere, tanto che intorno al XVI secolo, in ogni casa di queste città si trovava un erudito.
Attualmente, l'abbandono degli antichi traffici trans-sahariani, unito ad una siccità senza precedenti nel Sahara, hanno causato il declino e l'abbandono progressivo di queste capitali nel deserto. Ormai, in questi luoghi, non restano che poche anime ad abitare quello che è solo il ricordo di questo glorioso passato mentre le dune avanzano inesorabilmente minacciando la vita stessa degli uomini.
Con questo documentario, realizzato in collaborazione con la Croce Rossa Italiana, andiamo alla scoperta di queste antiche città-biblioteche e lanciamo l'allarme di una civiltà assediata dal deserto.
Biografia Regista:
Rossella Piccinno si è laureata in “Cinematografia documentaria e sperimentale” nel 2004 al D.A.M.S. di Bologna. Successivamente ha preso un diploma come “Tecnico di produzioni video” presso lo Ial di Imola ed ha iniziato a lavorare all'editing ed al compositing di video e cartoni animati. Nel 2005 ha esordito alla regia con il cortometraggio “Interno sei” ed ha girato il suo primo documentario “Mauritania: città-biblioteche nel deserto” , finito di realizzare nel settembre 2006. Attualmente vive e lavora nel Salento dove è coinvolta in numerosi progetti.
“Mauritania. Città-biblioteche nel deserto” di Rossella PiccinnoLa storia che vorrei raccontare, attraverso le foto estratte dal mio documentario “Mauritania: città-biblioteche nel deserto” , comincia circa 1000 anni fa, quando il Sahara era considerato come “una via di palme e di città”, che metteva in comunicazione il Mediterraneo con l'Africa sub-tropicale, così come racconta Abu Obeid El Bekri, geografo musulmano dell'XI secolo.
Quello che oggi noi tutti, infatti, conosciamo come il deserto per antonomasia è stato, un tempo, un crocevia di società e di economie, un crogiolo di stirpi e di culture, in cui la Mauritania , un paese oggi ai più sconosciuto, è stata per secoli protagonista, fungendo da ponte tra il Magreb e l'Africa nera.
Questa terra del far-west sahariano, che oggi conta circa due milioni e mezzo di abitanti per una superficie vasta tre volte l'Italia, fu islamizzata dagli Almoravidi nel 1077 d.C., poco dopo la fondazione della città di Marrakech, e poco prima che questa tribù guerriera di origini berbere si lanciasse anche alla conquista della Spagna. Gli Almoravidi trasmisero ai Mauri, il loro senso del commercio e il loro grande rigore coranico, che fece sì che in questa terra prosperassero innumerevoli moschee e centri per l'insegnamento religioso. Fu però grazie all'arrivo delle tribù arabe di Maquil e Hasan, nel XVI secolo, che i Mauri acquisirono la loro lingua attuale, il dialetto arabo Hassanya, una certa raffinatezza di costumi e di pensiero e quella forma di vita beduina, legata alla pastorizia e al nomadismo, che ha fatto dei Mauri uno dei grandi popoli del deserto, insieme ai Tuareg e ai Teda.
Per servire le rotte carovaniere legate ai traffici trans-sahariani di questo popolo in continuo movimento, sorsero le antiche oasi di Ouadane, Chinguetti, Tichit e Oualata, oggi classificate dall'Unesco Patrimonio Mondiale dell'Umanità, che io e la mia troupe siamo andati a visitare per documentare l'enorme ricchezza culturale che ancora si cela tra queste rovine.
La storia di queste antiche città si può leggere già tutta nell'etimologia popolare dei loro nomi, come ci spiegano gli abitanti del luogo che abbiamo intervistato; il nome di Ouadane, ad esempio, significa “il doppio fiume delle scienze e dei datteri”, proprio a riecheggiare il ruolo cruciale che questo luogo assunse, per oltre cinque secoli, per i commerci e per la propagazione del sapere. Questa città, la più antica tra le quattro città storiche della Mauritania, fondata nel il 1147 dell'era cristiana, è considerata come la prima università del deserto, la fama delle sue scuole coraniche, si diffuse in tutto il mondo arabo, tanto da essere considerata come una piccola Baghdad.
Chinguetti, invece, la città che ne soppiantò l'importanza qualche secolo dopo, al punto da dare il suo nome all'intera regione, un tempo nota come “bilad Chiguitti”, terra di Chinguetti, trae il suo nome dai suoi pozzi; Chinguetti, in hassanya, è la fonte dove si abbeverano i cavalli, nome che denota l'importanza primaria che questo luogo ebbe come oasi, molto prima di assumere il prestigio religioso che lo ha reso uno dei sette luoghi sacri dell'Islam. Da qui si riunivano, infatti, i pellegrini che si mettevano in viaggio dal remoto occidente Sahariano per raggiungere La Mecca , un viaggio fondamentale per un musulmano, da compiere almeno una volta nella vita. Queste genti, giunte a dorso di cammello dall'estrema periferia nella culla della cultura islamica, vendevano ogni cosa in loro possesso, il loro sale, le loro pelli, addirittura i loro cammelli e i loro cavalli, in cambio di sete, spezie e, soprattutto, libri arabi.
Per un popolo così devoto e così ricco di scuole coraniche, la diffusione dei testi sacri aveva un valore fondamentale, ogni pellegrino che dalla Mauritania giungeva a La Mecca , comprava, dunque, dei libri, che al suo ritorno erano ambiti da altri intellettuali e commercianti, disposti a comprarli a peso d'oro.
Bisogna pensare che in una società divisa per caste, come quella Maura, una casta intera è dedita all'insegnamento e all'acquisizione del sapere, la casta dei marabutt , i letterati, la cui importanza è, ancora oggi, fondamentale. Queste famiglie di sapienti cominciarono a collezionare i numerosi testi, ma non solo, poiché erano una merce rara e costosa, data l'assenza di produzione di carta nella regione, cominciarono anche a ricopiarli, per conservare i preziosi originali in delle vere e proprie biblioteche private e per rivendere le copie a tutti coloro che le richiedevano. In questo modo, si sviluppò una fiorente industria editoriale che arrivò a rappresentare, per gli abitanti di queste città, il reddito maggiore e più sicuro, al punto che i copisti chiedevano per ogni libro trascritto il prezzo equivalente a quello di un dromedario.
Ouadane, Chinguetti, Tichit e Oualata, furono per tutto il medio-evo le capitali sahariane del libro; la generalizzazione della cultura consentì ai cittadini di ogni classe sociale l'accesso al mondo del sapere, tanto che intorno al XVI secolo, in ogni casa di queste città si trovava un erudito.
Queste migliaia e migliaia di manoscritti che nei secoli furono raccolti nelle biblioteche dei marabutt e riguardanti più campi del pensiero umano, richiamarono, inoltre, intellettuali e studiosi da tutto il mondo arabo, al punto che la Mauritania si trasformò da zona periferica a centro d'irradiamento culturale. In questa regione sorsero a profusione delle scuole in cui fiorirono le scienze naturali e quelle religiose, e da cui partirono numerosi saggi per recarsi a Dhubai e a Bassorah, per fondarvi a loro volta delle altre scuole. Venne ideato un sistema d'insegnamento aperto a tutti, in particolare alle donne, dove per aiutare gli studenti bisognosi la comunità sollecitava le contribuzioni volontarie nelle oasi e perfino negli accampamenti dei nomadi.
Accanto all'erudizione religiosa, letteraria, poetica e giuridica, fiorirono anche altre attività urbane tradizionali, come l'artigianato di alta qualità e un tipo di architettura originale particolarmente adatta ai materiali locali: arenaria rossastra per Ouadane e Chinguetti, scisti grigiastri a Tichit, argilla ocra a Oualata. Ciascuna di queste città è caratterizzata da elementi decorativi particolari: Tichit è nota per le sue costruzioni ricavate dalla sovrapposizione di lastre policrome di scisto, Chinguetti per il suo solenne minareto, Ouadane per l'enorme palmeto che circonda le sue alte dimore patrizie, e Oualata ha indiscutibilmente una bellezza unica al mondo grazie alle stupende decorazioni delle sue case, eseguite a mano dalle donne dalla città.
Tante ricchezze così concentrate hanno suscitato ripetutamente, nei secoli, la cupidigia di molteplici aggressori, e la storia di queste capitali nel deserto è costellata, com'è facile immaginare, da guerre, invasioni, assedi, razzie di ogni genere. Nondimeno, agli inizi del secolo scorso queste città erano ancora il simbolo di tutta la storia urbana alla periferia del Sahara, prima di conoscere un rapido declino in poche decine di anni.
La conquista e l'occupazione coloniale, avvenuta agli inizi del XX secolo per opera dei francesi, hanno imposto una nuova amministrazione del territorio, modificando fondamentalmente gli itinerari carovanieri tradizionali e organizzando la Mauritania secondo i criteri di sicurezza militare, di mantenimento dell'ordine, e di integrazione con il resto dell'“Africa occidentale francese”. Sulle nuove strade, sono nati in poco tempo nuovi centri urbani, dove si sono spostate le attività un tempo distribuite tra le quattro città.
Ouadane, Chinguetti, Tichit e Oualta sono rimaste improvvisamente escluse dallo sviluppo moderno, e come se non bastasse, il peggiorare della siccità ha ridotto pericolosamente le risorse idriche delle oasi, contribuendo ad accelerare l'esodo delle popolazioni verso i nuovi centri amministrativi coloniali. Così Ouadane e Tichit, totalmente isolate a causa della loro posizione geografica, hanno perso in vent'anni più di tre quarti della popolazione. Le case e i mercati sono stati abbandonati e le biblioteche sono state affidate a qualche venerabile studioso quando non sono state dimenticate tra le rovine. Più vicine alle nuove capitali regionali, Chinguetti e Oualata tentano di sopravvivere e rifiutano di diventare un simbolo del passato ma, anche qui, bisogna fare i conti con il nemico più pericoloso di tutti: il deserto.
Il colpo di grazia alle città storiche della Mauritania è stato inflitto proprio dall'avanzata delle dune, che con la loro sabbia hanno seppellito palmeti, pozzi, case e moschee. Un mare di sabbia ha quasi inghiottito la lussureggiante oasi che verdeggiava per oltre venti Km a nord-est di Chinguetti, così come sono crollate quasi tutte le vecchie case del borgo alto di Oualata, e come sono state ridotte a uno spettacolo fatiscente le città, un tempo splendenti, di Tichit e Ouadane.
Chi arriva oggi in questi luoghi, ormai abbandonati e condannati a scomparire se non si interviene al più presto, viene accolto da un panorama di triste decadenza. Così fu per me, quando vi giunsi un anno fa spinta dalla voglia di scoprire questi tesori nascosti tra le sabbie.
Mi sembrava eccezionale pensare che nel deserto ci fossero delle biblioteche, ancora più nuova era per me l'idea che nel deserto ci fossero state città fiorenti, e assolutamente sconvolgente è stato apprendere che questo luogo d'Africa sia stato per secoli una terra di sapienti. Normalmente, io, che non sono un'antropologa, avevo sempre pensato all'Africa come a una terra di povertà e di strane danze tribali. Il mio immaginario passivo da europea distratta si era nutrito per anni solo di immagini di bambini con la pancia gonfia e di gente disperata che non sapeva che fare.
Quando sono arrivata in Mauritania, vincendo mille riserve e mille paure, ho incontrato, è vero, la povertà. Frotte di bambini mi correvano incontro chiedendomi dei regali e in tutte le nuove città che ho visitato non ho visto altro che baraccopoli, corruzione, degrado e prostituzione, ma quando sono arrivata nel cuore del deserto e ho visitato queste città antichissime ho assistito all'aura straordinaria che la storia è capace di emanare attraverso i secoli.
Nonostante le case ormai in rovina, la sabbia che ne ha invaso i vicoli e l'atmosfera di isolamento e di abbandono, queste città, che noi occidentali potremmo definire villaggi, date le loro modeste dimensioni, sono dei luoghi magici, qui si respira ancora l'atmosfera sacrale e mistica che ne ha percorso le epoche.
Incontrare gli eredi di queste biblioteche, farmi narrare da questi sapienti di oggi la storia che anch'io ho provato a raccontare, ed essere condotta da loro, in queste stanzette buie e polverose, completamente piene di antichi manoscritti ormai logori, è stato per me come visitare dei luoghi sacri. La dignità fortissima che questi uomini conservano nei loro gesti e nei loro racconti è commovente, poiché sono consapevoli che tutta la memoria del loro popolo, custodita in questi testi, sta per andare perduta, a causa della polvere, delle termiti, degli agenti atmosferici e dell'inesorabile azione del tempo. Tutti vanno via per scappare alla miseria ma loro restano, per conservare i libri, libri preziosi, bellissimi, colorati con ossido di ferro, indaco, oro, scritti in più formati, su carta ricavata da fibre tessili, su pergamena, o addirittura su pelle di gazzella, e rilegati con cura, sapientemente.
Tutto questo sapere, che appartiene non solo alla storia dei Mauri ma a tutta l'umanità, in quanto traccia della storia degli uomini, merita di essere difeso e conservato, ma andrebbe anche censito, catalogato, microfilmato e restaurato. L'Unesco e la Cooperazione Internazionale hanno iniziato una campagna di salvaguardia e sensibilizzazione nel '95 ma a tutt'oggi, sono solo un paio le biblioteche ad aver ricevuto dei concreti contributi. Eppure basterebbero dei moderni armadi in metallo e dei contenitori in cartone, per togliere questi libri dai bauli in legno e metterli, tanto per cominciare, al riparo dalle termiti; oppure forse no, non basterebbe, perchè non basta fermare l'avanzata del deserto e restaurare gli edifici se i loro abitanti continuano a migrare. Come ha scritto Attilio Gaudio, studioso e giornalista che per primo ha sollevato questo problema, bisognerebbe frenare l'esodo della popolazione, incrementando la produzione agricola e rendendo questi centri indipendenti dal punto di vista alimentare. Se gli abitanti di queste antiche città restassero sul posto, la memoria di tutta la loro storia sarebbe salva, e si tramanderebbe ancora, di generazione in generazione.
Non so se siano solo delle utopie o se la storia si può davvero riscrivere ma andare laggiù, girare questo documentario e poi tornare in Italia, mi ha fatto riflettere sull'importanza, in un mondo globale, di preservare i patrimoni culturali.
Ripenso ai Mauri, che se un giorno non avranno più le loro antiche città non saranno più fieri e non saranno più “degni” come lo sono ora ma saranno soltanto dei poveri, e mi torna in mente Sidi Mohamed Abidin Sidi di Ouadane, un uomo straordinario, forse il più sapiente dei sapienti che ho intervistato, che dopo avermi mostrato i suoi libri, mentre gustavamo un thé sotto un'acacia, mi ha recitato un proverbio vecchio arabo che dice: «Colui che è senza passato è senza presente, e colui che non ha presente non ha avvenire».