Mai più

regia di Fausto Pullano

 

Regia: Fausto Pullano


Produzione:
Union Comunicazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico


Nazionalità: Italia, 1997


Durata:
48'


Cromatismo:
b/n e colore

 

Il 13 marzo 1987 nel porto di Ravenna è avvenuto il più grave incidente sul lavoro del dopoguerra: tredici operai sono morti soffocati nella stiva di una nave portata in secco nel cantiere Mecnavi. Erano quasi tutti ragazzi di una ventina d'anni, ingaggiati senza contratto. La loro morte è stata causata da un piccolo incendio e poteva essere evitata. Ma su quella nave e nel porto di Ravenna a quell'epoca le misure di sicurezza erano scarse, e chi doveva farle rispettare era a dir poco distratto. Attraverso gli atti processuali, articoli e interviste “Mai più” ricostruisce una vicenda di lavoro nero e di sfruttamento che si ripete ancora troppo spesso nell'Italia di oggi, dove sul lavoro muoiono in media tre o quattro persone al giorno.

Il documentario

Basato sulle testimonianze dei protagonisti della vicenda (familiari delle vittime, imputati, avvocati, tecnici, autorità) e sulle interviste agli attuali lavoratori portuali. Immagini di repertorio sono altrenate a immagini girate dieci anni dopo, nello stesso cantiere navale, teatro dell'incidente in quel tragico mattino. Il titolo "Mai più" riprende lo slogan dello striscione degli studenti ravennati, che apriva il corteo durante la manifestazione svoltasi il giorno dopo la tragedia. Si tratta quindi, da un lato, di un'operazione sulla memoria, col tentativo di ricostruire dinamiche e responsabilità, facendo attenzione, però, ad evitare i toni emotivi delle cronache dei giorni successivi alla tragedia, e durante le varie fasi processuali. D'altra parte, il film esprime il desiderio di evidenziare quanto la tragedia dell'Elisabetta Montanari non sia stata un caso limite, l'episodio di un lontano passato.

Fausto Pullano

Laurea in Scienze Politiche indirizzo storico. Regista di documentari, tra i quali: Come l'acqua che scorre – Villanova 14 novembre 1944: il giorno del dolore (1995, betacam 46'); Mai più' (1997, betacam 54') presentato al Festival Cinema Giovani di Torino; Artisti italiani, 10 puntate per i canali tematici RAI (1997); Cogne, specchio di una città (1998, betacam, 50'); Via Andreini 2, storia e storie di una casa del popolo (1998, betacam, 52'); Bulow (1999, betacam 57') con Silvia Savorelli, prodotto dall'Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico di Roma. (Proiezione speciale a Roma, Sala Zuccari del Senato. Selezionato alla VII edizione della Rassegna del Documentario Italiano Premio Libero Bizzarri); Giorno di lavoro (2000, betacam, 53'); Castel San Pietro Terme: 800 anni di storia (2001, Dvcam, 48').

Nel buio di una nave

di Rudi Ghedini

Il libro di Rudi Ghedini parla, vent'anni dopo, del più spaventoso incidente sul lavoro del dopoguerra: tredici morti, con una lunga catena di responsabilità; le vittime dipendevano da cinque aziende diverse, otto lavoravano in nero, tre non avevano ancora vent'anni, dodici erano picchettini, per qualcuno si trattava del primo giorno di lavoro. Anche se la percezione del pericolo fu pressoché immediata, le vittime non avevano scampo, non disponevano di alcuna strategia di sopravvivenza: era scarsissima la loro conoscenza dell'ambiente di lavoro, non avevano ricevuto alcun addestramento, una rapida evacuazione era impossibile. Divenne presto chiaro che si trattava di una tragedia annunciata, si scoprirono situazioni inimmaginabili in una realtà ricca come quella ravennate: lavoro nero, caporalato, disprezzo delle più elementari norme di sicurezza, e l'arroganza di imprenditori - i fratelli Arienti - che non tolleravano il sindacato nella loro azienda.  Il libro ricostruisce la vicenda, i passaggi processuali, cosa è cambiato e come si possa ancora morire di lavoro, oggi. Si propone di contrastare la più subdola fra le figure retoriche solitamente accostate agli incidenti sul lavoro: quante volte ci è capitato di sentire la parola strage associata a fatalità? Nel caso Mecnavi, ciò che è accaduto si presenta come una profonda, intollerabile, odiosa ingiustizia. Con una lunga serie di colpevoli: imprenditori, subappaltatori, chi rilasciò le autorizzazioni, chi non vigilò come avrebbe dovuto.  È raro trovare una concentrazione di cause simile a quella che si determinò nel cantiere Mecnavi, ma in un ogni infortunio sul lavoro si ritrovano alcuni fra gli elementi di quella tragedia.

I picchettini "È sulle navi che bisogna cercarli, i picchettini. Sulle navi in porto. E bisogna sapere dove cercarli, perché non sono in vista. Il loro lavoro non ha nulla a che fare con l'aria aperta e il salmastro, l'azzurro e lo iodio. Ha a che fare, piuttosto, con il sottosuolo, la claustrofobia, la miniera. Sulle petroliere in secca, i picchettini vengono chiamati a svolgere le operazioni di pulizia nella stiva, usano stracci, palette, spazzole e raschietti per rimuovere la ruggine e i residui di combustibile colati dai serbatoi. Non è un'attività che richieda personale particolarmente qualificato. Servono forza di volontà e spirito di sacrificio, si tratta di eseguire mansioni semplici quanto disagevoli, in condizioni di scarsa visibilità. Un lavoro sporco e rumoroso: i picchettini devono incunearsi in ambienti ristretti e stare stesi sulla schiena o sul ventre, l'altezza dei doppifondi non va oltre gli 80-90 centimetri. Quando tredici corpi senza vita vennero estratti dal ventre della nave gasiera Elisabetta Montanari, il 13 marzo 1987, nel cantiere Mecnavi, il più grande cantiere privato del porto di Ravenna e dell'intero Adriatico, prima i soccorritori e poi i giornalisti rimasero stupefatti dall'aspetto dei picchettini: facce annerite, maglioni pesanti infilati uno sopra l'altro, pantaloni di velluto spesso, passamontagna, giacca e pantaloni di tela cerata, lunghi stivali. Di mestiere facevano i picchettini, un termine di cui gli italiani non sapevano nulla e di cui vennero a conoscenza violentemente: sono pochissimi infatti i dizionari a contemplare la voce «picchettino», colui cioè che sulle navi si occupa delle pulizie della stiva, spesso all'interno di stretti e bui cunicoli in condizioni di scarsa sicurezza. Il vero dramma di quella oscura vicenda è forse quanto Ghedini riporta a pagina 22: «prima che la tragedia si consumasse, c'era ancora tempo per salvare, se non tutti, la maggioranza degli operai: ma la preoccupazione dei responsabili del cantiere, disse un avvocato di parte civile, “non fu quella di collaborare con i Vigili del Fuoco, ma correre a casa dei dipendenti per recuperare i loro libretti di lavoro e tentare di metterli in regola”». E a guardarci bene, in un paese come il nostro che conta la bellezza di 1.000 morti bianche all'anno, a distanza di due decenni, ben poco è cambiato. E i luoghi dell'insicurezza, dove in occasione dei controlli forse qualcuno mette in scena quella stessa corsa per regolarizzare i suoi muratori invisibili per il fisco, sono ancora i cantieri edili. Il lavoro nero lì c'è ancora, eccome se c'è, e come sempre non si vede. Mentre il caporalato promette quattro euro e ruba i sogni ai nuovi disperati, oggi in arrivo dall'Africa o dalla Romania, a bordo di furgoncini che li raccoglie di prima mattina da fermate improvvisate a pochi metri dalle loro baracche. Capita anche nella civilissima Bologna. Nessun libretto di lavoro, nessuna sicurezza, nessuna certificazione valida per l'ottenimento del permesso di soggiorno. Ghedini – che per la Bradipolibri aveva già pubblicato Andrea Pazienza. I segni di una resa invincibilecon Nel buio di una nave (10 euro) fa un lavoro da vero giornalista d'inchiesta.